Dazi: Confindustria taglia le previsioni del Pil

03/04/2025 10:00

Dazi: Confindustria taglia le previsioni del Pil

E i dazi USA sono arrivati. Non c’è settore che non ne subirà danni, almeno nel breve periodo, con un clima così fortemente peggiorato che l’Ufficio Studi di Confindustria, ieri ha presentato il suo rapporto, ha rivisto le previsioni del Pil italiano dal +0,9% dell’ottobre 2024 a +0,6%, con indicazione di un ulteriore taglio a un modesto +0,2% in attesa di verificare nel dettaglio i nuovi dazi USA. E vale da subito anche per l’immobiliare. Sale la tensione anche per asset class finora in forte sviluppo, l’Hotellerie per esempio: oggi il gruppo alberghiero Accor ha diffuso i dati sulle prenotazioni per la prossima estate verso gli USA: un calo del 25% e ci si aspetta che la riduzione sia speculare, meno turisti dagli USA verso l’Europa. Certo è che ci vorrà tempo per comprendere la portata del contraccolpo verso il Real Estate ma sappiamo bene che gli investitori in questi casi si mettono alla finestra. 

 

Il rapporto presentato dal Centro Studi Confindustria  


L'Italia rallenta nel 2025: è il messaggio che arriva dal Rapporto di previsione del Centro studi di Confindustria, dal titolo "Energia, green deal e dazi: gli ostacoli all'economia italiana e europea" presentato ieri: quest'anno il pil si attesterà a +0,6% (0,9% previsto a ottobre 2024), conseguenza dell'andamento debole della seconda metà del 2024 e del peggioramento del quadro macroeconomico. Il prossimo anno ci si attende una risalita all'i per cento. A incidere in negativo, una serie di fattori: l'incertezza è al massimo storico e i dazi pesano come una guerra commerciale. Lo scenario peggiore di una eventuale escalation protezionistica, secondo il Csc, può portare ad un ulteriore rallentamento del pil, con uno scostamento del -0,4%nel2025 e dello 0,6%nel2026, riducendo la crescita a +0,2% quest'anno e a +0,4%nel 2026. Dazi, tensioni geopolitiche, l'affievolirsi degli incentivi fiscali, gli effetti ritardati della politica monetaria restrittiva pesano sugli investimenti che sono in caduta: -o,8% nel 2025, per recuperare nel 2026, +0,9%, rimanendo stagnanti nel biennio. Invece sono proprio gli investimenti «la migliore e unica risposta possibile ai dazi americani e alla difficoltà geopolitica», ha detto la vice presidente per il Centro studi, Lucia Aleotti. «La priorità è farli ripartire in maniera esplosiva, il loro andamento traina tutto, in particolare le esportazioni. Dobbiamo convincere le imprese che l'Italia è il miglior paese per investire e a non spostare la loro base produttiva». Serve «un piano straordinario di politica industriale, uso le parole del presidente Orsini - ha continuato Aleotti - dobbiamo stare attenti in Italia e in Europa che la lentezza delle istituzioni Ue non diventi una specie di paravento». Sono i dazi, insieme al rincaro dell'energia, i fattori principali che agiscono in negativo, è scritto nel Rapporto, presentato dal direttore del Centro studi, Alessandro Fontana, insieme alla mancanza di sostegno agli investimenti poiché il piano Transizione 5.o si è rivelato poco efficace. In questo scenario la crisi dell'industria rischia di diventare strutturale: -8,2% è stata la produzione industriale tra la metà del 2022 e la fine del 2024, un andamento critico che riguarda non solo l'Italia e che vede come settore più colpito l'automotive. Per quanto riguarda l'energia il prezzo a febbraio 2025 ha segnato +72% rispetto a febbraio 2024. Tutti fattori che pensano sulla competitività italiana ed europea: il gap accumulato con gli Usa dalla Ue dal 2007 è di oltre 70 punti percentuali di pil. La proliferazione normativa, sottolinea il Rapporto, è un altro fattore che frena. L'occupazione resta stabile anche con la produzione debole, fattore che consentirà un miglioramento della produttività, ma la domanda è quanto questo anda mento potrà durare se permangono i fattori di debolezza. In positivo può giocare il prosieguo del taglio dei tassi, la risalita del reddito disponibile reale delle famiglie, l'implementazione del Pnrr: le risorse programmate tra il 2025 e il 2026 sono 130 miliardi, anche se non saranno spese tutte (si ipotizza 65) daranno un importante contributo al pil. Per quanto riguarda la finanza pubblica il deficit pubblico si attesterà al -3,2% del pil nel 2025 e al -2,8% creando le condizioni per uscire dalla procedura di disavanzo eccessivo nel 2027.

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